RSS

MEDICINA NARRATIVA: qual è la novità?

“Che cosa ne pensa dottore?” La replica giunse immediata. “Sta soffrendo”.  Albert Camus La peste

Ieri a Firenze si è tenuto il secondo convegno internazionale di medicina narrativa “NAME 2. Ora è un’altra storia”, evento organizzato dalla Azienda Sanitaria di Firenze con il supporto dell’azienda farmaceutica Pfizer (…).

La nostra medicina è lontana da un approccio olistico alla persona, si concentra prevalentemente sugli aspetti organici della malattia e della salute.  Del resto anche la medicina olistica in quanto manovrata solo da medici presenta notevoli limiti. In questa prospettiva si sono raggiunti traguardi eccezionali nella prevenzione e nel trattamento della patologia ma è stata trascurata l’importanza dei fattori emozionali e relazionali nella malattia e nella salute, si è fondamentalmente persa di vista la persona. La pretesa di una pratica scientifica evidence based ha peccato di questa grave mancanza. Allora, per ovviare a questi limiti (ben venga questa sensibilità), la medicina cerca di ristrutturarsi, di umanizzarsi, di recuperare le dimensioni emotive sempre più ignorate (almeno dalla medicina moderna) presentando via via, inventandosi direi, correnti e movimenti “nuovi”. Mi riferisco ad esempio alla medicina comportamentale, alla medicina centrata sulla persona e, fiore all’occhiello, alla medicina narrativa. Risposte – o tentativi – per esprimere il modello bio-psico-sociale sviluppato a fine anni Settanta da Engel il quale si basa sull’assunto che per poter risolvere una malattia o qualsiasi altro tipo di disagio è necessario occuparsi non solo degli aspetti biologici ma anche di quelli psicologici, familiari e sociali dell’individuo, integrati tra di loro. Dunque un approccio alla persona – riconosciuto come scientifico – basato su una concezione multidimensionale della salute intesa non come semplice assenza di malattia ma come “stato di ben-essere fisico, psichico e sociale” (OMS, 1947). Di questo modello si parla tanto ma poco si fa per adottarlo nella pratica sanitaria comune.

Sempre degli anni 70 sono anche – non a caso- i primi studi che hanno scoperto la capacità di apprendere del sistema immunitario – capacità riconosciuta fino ad allora solo al cervello -, studi che hanno aperto la strada per numerose altre scoperte sulle vie biologiche che rendono la mente, le emozioni e il corpo entità intimamente e profondamente interconnesse. Sempre non a caso sono nate varie discipline, le neuroscienze, che studiano proprio le interconnessioni tra i diversi sistemi biologici.

Così tutta una serie di studi sperimentali hanno contribuito – lo hanno fatto? – a cambiare il modo di interpretare e trattare la malattia, fino alla visione attuale. Fattori psicologici come quelli biologici, sociologici ed ecologici sono coinvolti in ogni malattia, la malattia è perdita di equilibrio tra questi sistemi tra loro interconnessi e interdipendenti. Non esistono le malattie cosiddette psicosomatiche, tutte le alterazioni della salute prevedono l’interazione dinamica di fattori multipli e quindi tutta la malattia deve essere vista come psicosomatica nel senso che i fattori psicologici intervengono sempre. Occorre inquadrare la patologia somatica in una modalità olistica, così come il modello biopsicosociale auspica. E’ superata la suddivisione dei disturbi in somatici e psicologici. I pazienti in malati veri e immaginari. Corpo da una parte e mente dall’altra. Se il modello medico vuole essere coerente con quello biopsicosociale deve includere le dimensioni psicosociali cioè personali, emotive, familiari, di comunità oltre agli aspetti biologici del paziente, approcciare le situazioni in termini di problemi da risolvere e non di patologie da eliminare, prendersi cura della persona e non curare la malattia. E’ necessario arricchire l’assistenza medica di intelligenza emotiva, alimentare un’assistenza centrata sulla relazione, dare valore al rapporto medico paziente. Ma anche riconoscere i propri limiti e lasciare lo spazio ad altre competenze professionali. In questo caso la psicologia, signora Medicina. L’intervento psicologico non può essere affrontato dal medico semplicemente perché il medico non è formato in tal senso. Ci sono gli psicologi per questo. Il problema è che la medicina cerca sempre e solo all’interno di se stessa, in una sorta di autoreferenzialità onnipotente, le risposte per emanciparsi.

Una medicina più umana porterebbe, tra l’altro, anche vantaggi in termini economici. Prendiamo esempio dall’Inghilterra dove è iniziata nel 2010 una vera rivoluzione nella politica sanitaria nazionale – poche parole sono state spese sui nostri giornali per divulgare questa iniziativa –. Hanno capito che “Non c’è salute senza salute mentale” (questo lo slogan) e così sulla base di uno studio economico hanno deciso di investire sulla prevenzione e cura psicologica della depressione utilizzando gli psicologi.

Ma torno alla Medicina Narrativa. Si tratta di un approccio alternativo rispetto alla medicina basata sulle evidenze alla quale non si oppone ma vuole integrarsi. Arriva in Italia negli ultimi anni, importata dagli Stati Uniti. Un medico – una donna – elabora questa “nuovo” modo di interpretare la relazione medico-paziente e propone una forma di cura basata sulla narrazione. “Attraverso la narrazione, l’individuo conferisce senso e significato al proprio esperire e delinea coordinate interpretative e prefigurative di eventi, azioni, situazioni e su queste basi costruisce forme di conoscenza che lo orientano nel suo agire”. (M. Striano). Bene. Mi chiedo però quale sia la novità di questo approccio, presentato addirittura come innovativo.

Studi e ricerche in psicosomatica e in psicologia della salute – Pennebaker, 1986 e Solano, 2001; 2003, è bene riportare le date di questi lavori – hanno evidenziato gli effetti benefici della scrittura espressiva nell’adattamento agli eventi traumatici o stressanti e nella prevenzione di malattie o problemi di salute fisica correlati allo stress. La scrittura espressiva può essere un utile strumento per rielaborare l’impatto emotivo degli eventi, soprattutto quelli più traumatici o stressanti, non è solo tradurre in parole le proprie emozioni ma raccontare i propri vissuti riorganizzandoli in nuovi percorsi di significato, un po’ quello che avviene attraverso altre vie in un percorso terapeutico. La narrazione autobiografica permette di costruire nuovi percorsi di significato, aiuta a dare senso e coerenza agli eventi e ai vissuti e a reagire più costruttivamente ad essi.

Dunque, sul fatto che scrivendo, raccontando, esprimendo le proprie esperienze traumatiche o stressanti si ottengono benefici -  senza banalizzare lo spessore scientifico di questo dato – altri studiosi hanno già lavorato, studiato, esplorato, pubblicato. Sono già state messe a punti delle tecniche precise. Niente di nuovo per gli psicologi, forse per i medici. Dov’è l’apporto scientifico di questa nuova corrente di pensiero? Mi sorprendo del consenso e dell’attenzione verso questa forma di medicina che in realtà non dice niente di nuovo e rivendica la paternità di tecniche non proprie.

Leggo che colleghi psicologi sono intervenuti al convegno. La psiconcologia, per esempio, ha trovato giustamente uno spazio di ascolto e di confronto. A pieno titolo doveva trovarlo ma perché all’interno di una cornice concettuale di riferimento, la Medicina Narrativa appunto, che non è la sua?

Poi, dove apprendono i medici gli strumenti essenziali dell’intelligenza emotiva come l’autoconsapevolezza, l’empatia e l’ascolto, indispensabili per rendere umana la pratica medica? Cosa se ne fanno della narrazione, gli elaborati dei pazienti? L’intervento sulla sfera emotiva del paziente non è competenza di un’altra professionalità? Sa la medicina di cosa si occupano gli psicologi? La medicina dovrebbe riconoscere i propri confini e avvalersi della psicologia invece di tentare di appropriarsene spacciando come propri – e innovativi per giunta – i suoi contenuti. Ma devo aggiungere anche una nota per gli psicologi, categoria alla quale appartengo. Sarebbe loro compito ampliare le prospettive, attivarsi per rivendicare la propria identità professionale sempre più “sciacallata” da figure improbabili (counselor, mediatori, etc.), da figure pubbliche inquietanti che circolano negli studi televisi,  da sostituti esperti di psicologia spicciola da bar. Gli psicologi dovrebbero promuoversi per diventare parte integrante – e insostituibile – del sistema di cura rivendicando il loro “senso” già a livello di servizi di cura primaria.


Your Comment

You must be logged into post a comment.