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“Dal Sintomo alla Persona”, medico e psicologo insieme per l’assistenza di base

In 12 studi già possibile la co-visita. E funziona

(un estratto di questo articolo è stato pubblicato su Repubblica/Salute del 22-11-2011

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/22/in-12-studi-gia-possibile-la-co-visita.html)

Andare dal proprio medico e trovare in ambulatorio insieme a lui uno psicologo? E’ possibile. E’ quello che si sta verificando a Roma, Orvieto e Rieti in alcuni studi di medici di base, ormai da più di dieci anni. Un’esperienza nuova e unica condotta dal professor Luigi Solano, docente di Psicosomatica all’Università La Sapienza di Roma con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute. I risultati? Sorprendenti: il carico di lavoro del medico si alleggerisce, l’assistenza migliora, si fa prevenzione e si riduce la spesa sanitaria.

La collaborazione medico-psicologo realizza un approccio nuovo alla salute, accogliendo, dando spazio e prendendosi cura del paziente nella sua totalità, non solo come corpo da guarire. «E’ una iniziativa» spiega il professore, «che integra la proposta sanitaria con la consulenza psicologica rivolta a tutta la popolazione, al pari della consulenza medica».

La copresenza medico-psicologo nell’ambulatorio di medicina generale è per due volte a settimana per un ciclo di tre anni. Finora sono stati coinvolti 14 psicologi e 12 studi medici. Lo psicologo incontra i pazienti insieme al medico e interviene nel contesto della visita. Quando ritenuto opportuno sono proposti al paziente colloqui di approfondimento a parte; quando emerge una motivazione ad un lavoro più approfondito si procede con l’invio ai servizi competenti.

Ma la novità è che lo psicologo si occupa di tutti, non solo di chi ha un disagio psichico esplicito e ha la possibilità di intervenire in una prima fase della malattia attuando prevenzione. Non è il vecchio modello dell’invio allo psicologo sulla base di necessità identificate dal medico: è un lavoro congiunto di ascolto e analisi della domanda di tutti i casi che arrivano all’osservazione. «La psicologia non può “curare” la malattia organica» dice Solano «ma può intervenire sulle situazioni emotive e relazionali che predispongono e sostengono la malattia stessa, evitando peggioramenti e cronicizzazioni del sintomo. Gli interventi dello psicologo hanno restituito benessere, evitando farmaci, esami e addirittura ricoveri».

Vengono così sfruttate le potenzialità insite nel primo incontro accogliendo e trattando la domanda in termini emotivi, spostando l’interesse sul piano personale e dando significato al sintomo portato. Non isolandolo come tende a fare il medico ma contestualizzandolo, rivalutandolo come risorsa, come bisogno di reagire. «Aiutare le persone a capire che spesso la malattia è strettamente collegata alla particolare situazione che si sta vivendo, può avere un effetto molto potente » sostiene il professore.

Questa esperienza offre l’opportunità di rivedere il significato di malattia, abbandonando l’idea che il disagio psicologico riguarda solo alcuni – i malati di mente – che necessitano di servizi specifici diversi da quelli della salute fisica. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità solo il 16% di chi ha sofferto di disturbi psichici – il 18% della popolazione – si è rivolto ad un esperto e sempre molto tardi. Uno studio dell’Ordine degli Psicologi indica che appena il 5% della popolazione si è rivolto ad uno psicologo nella vita. Si stima inoltre che il 50% del disagio che arriva al medico di famiglia non abbia base organica. «La situazione è quella di un medico sovraccarico di domande alle quali non sa rispondere e di uno psicologo consultato poco e tardi» sostiene Solano che racconta questa iniziativa nel libro di recente pubblicazione “Dal Sintomo alla Persona: Medico e Psicologo insieme per l’assistenza di base”, Franco Angeli Editore.

Lavorando così inoltre si risparmia. La spesa complessiva di farmaci e analisi affrontata dai pazienti afferenti agli studi medici in cui è stato presente lo psicologo per tre anni è calata del 20%. Ciò fa supporre che all’interno degli studi, grazie allo psicologo, si è lavorato in modo nuovo, riuscendo a dare risposte non solo biologiche.

Ma la collaborazione medico-psicologo esprime a pieno l’approccio biopsicosociale alla salute e risponde alla sempre più diffusa esigenza di umanizzare la medicina. «Umanizzare» conclude Solano «significa ricordarsi che abbiamo a che fare con persone, con la loro storia, i loro vissuti, i loro momenti di vita, non con un insieme di pezzi da aggiustare. E’ utopistico pensare che il medico possa farlo da solo, se è formato a tenere fuori gli aspetti emotivi, come farà poi a tenerne conto?».

Ultimamente la medicina sta proponendo “nuovi” approcci per colmare la mancanza della dimensione psicologica, sta facendo dei tentativi per appropriarsi della psicologia  – ad esempio con la medicina narrativa, la medicina comportamentale, la medicina centrata sulla persona… -, attraverso i quali spaccia come propri e nuovi contenuti che la psicologia gestisce e utilizza da decine di anni. Non potrebbe farle spazio e avvalersene? Non potrebbe fare tesoro di un’esperienza come questa ad esempio, approfondirla e diffonderla?

 

 


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