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Le nuove Linee Guida sull’autismo

Le nuove Linee Guida sull’autismo predisposte dall’Istituto Superiore di Sanità hanno suscitato accese polemiche da parte di operatori del settore, associazioni di familiari, mondo scientifico e accademico. Il documento si propone di fornire un orientamento tra i possibili trattamenti dello spettro autistico, un riferimento per coloro che vivono e affrontano da vicino questo disagio così delicato e complesso. Rappresenta il primo documento prodotto dal sistema nazionale nell’area della salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza. Piuttosto importante dunque. Gli interventi presentati sono quelli ritenuti idonei  – in quanto scientificamente validati, questo viene sottolineato – distinti tra farmacologici, non farmacologici, biomedici e nutrizionali.
Motivo di polemica è la limitatezza delle pratiche cliniche raccomandate, il taglio effettuato sulla possibilità di trattamenti psicologici. Tra gli interventi di tipo non farmacologico viene infatti indicato solo l’approccio cognitivo-comportamentale, uno dei possibili interventi che la psicologia clinica offre. Dove sono gli altri modelli terapeutici?
Nelle Linee Guida di intervento sull’autismo pubblicate dal National Research Council – comitato istituito dall’Accademia Nazionale delle Scienze nel 2001 – si legge che per questo disturbo non è possibile individuare uno specifico tipo di intervento valido. Data l’ampia variabilità individuale, non esiste un unico intervento che vada bene per tutti, che vada bene per tutte le età e che risponda a tutte le molteplici esigenze legate all’autismo.
Oggi ci troviamo di fronte ad un documento che invece indica come efficace solo un preciso approccio psicologico. Come è possibile?
L’approccio terapeutico in questione è quello cognitivo comportamentale, il più gettonato in generale quando si parla di interventi psicologici. Non perché sia l’unico che funzioni ma perché utilizza strumenti di valutazione di efficacia circoscrivibili, quantizzabili, per questo, secondo criteri razionali, può apparire il più affidabile. In un clima di medicina basata sulle evidenze, che rincorre prove, si presta ad essere interpretato come il trattamento più “scientifico”.
E’ un tipo di intervento che si rivolge al sintomo e mira a regolamentare il comportamento del bambino, tralasciando gli aspetti emotivi relazionali così come le dinamiche profonde. Senza sottovalutare l’importanza di un addestramento comportamentale – che può essere di aiuto pratico ai familiari – è necessario considerare anche l’importanza di interventi volti ad aiutare i genitori ad entrare in relazione, comunicare, stare bene con il loro bambino. Stiamo parlando di disturbi dello spettro autistico. Dalle forme più gravi a quelle “normali”, l’insieme dei sintomi è caratterizzato da ritiro, isolamento e distacco dai rapporti interpersonali, dall’incapacità di comunicare con gli altri e con l’ambiente. E’ possibile escludere trattamenti che lavorano sulle relazioni, sulla comunicatività, sull’affettività? La famiglia, i genitori, oltre ad avere diritto – tra l’altro gratuitamente – ad un’assistenza, non rappresentano, psicologicamente parlando, una risorsa da attivare e utilizzare affinché tutti possano trovare il modo per stare meglio insieme? E’ possibile trattare un disturbo così profondo evitando di andare in profondità? O sottovalutare il ruolo delle emozioni?
Può sembrare che la polemica si stia assestando su quale approccio psicologico funzioni meglio, quale sia lo specialista più idoneo, da qualche parte sono state addirittura avanzate ipotesi di interessi economici ma non è così. Nell’intervento clinico dell’autismo sono coinvolti psicologi e psicoterapeuti ad orientamento cognitivo ma anche sistemico e psicodinamico. Non si tratta di lasciare campo libero a terapie selvagge ma riconoscere e promuovere i diversi apporti scientifici e le diverse esperienze maturate “sul campo” in decenni di ricerca. Ricordiamo che l’autismo è tuttora un disturbo in buona parte sconosciuto, per essere conosciuto meglio ha bisogno anche di sperimentazione.
Ma il nodo critico delle ultime Linee Guida, a mio avviso, è anche un altro. E’ il modo in cui viene trattato l’autismo. L’impressione è che sia stato semplificato, tradotto in termini medici. Medicalizzato. Fatta diagnosi (punto critico tra l’altro per questo disturbo) ecco la via, la soluzione, la cura. Un trattamento terapeutico valido – e questo dovrebbe valere in ogni caso – non si costruisce sulla patologia, va modulato su quel paziente, su quella persona in quel dato momento in quel dato contesto. La pretesa di rigorosità scientifica penalizza i reali bisogni terapeutici di queste persone e il loro diritto ad essere aiutate in tutti i modi possibili. Per questo disturbo così complesso e profondo è ancora più necessario evitare ricette ma favorire un dialogo costruttivo e aperto alle diverse chiavi di lettura, alle molteplici prospettive teoriche e di intervento. Anche questo significa essere scientifici.

 


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