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Il sessismo nella canzone italiana

A quasi due secoli da “La donna è mobile”, cioè vuota, frivola e instabile, di Giuseppe Verdi (“Rigoletto”, 1851) nella musica capita di ascoltare ancora descrizioni che offrono un’immagine della donna superficiale e ridotta a un essere semplice, passivo, con niente da fare se non assistere e aspettare mariti e fidanzati. Ecco il parere della psicologa, che auspica l’arrivo di un linguaggio musicale nuovo, in grado di trainare il cambiamento, far crescere l’identità femminile, emancipare donna e uomo

di Brunella Gasperini, psicologa pubblicato su D Repubblica.it

questo il link per andare all’articolo pubblicato http://d.repubblica.it/attualita/2015/06/23/news/sessismo_canzone_italiana_modelli_sociali_luoghi_comuni-2657049/

L’articolo integrale

Sappiamo che i testi delle canzoni riflettono e influenzano i modelli sociali, la mentalità comune, sostengono e promuovono stereotipi di genere, parlano di diverso potere all’interno della coppia. Alle volte in modo esplicito e offensivo, in altre ammiccante e subdolo. Oppure ironico.

E a quasi due secoli da “La donna è mobile” –  cioè vuota, frivola e instabile come «piuma al vento» – di Giuseppe Verdi (“Rigoletto”, 1851) nella musica si ascoltano ancora le stesse banalità. Tra le note di brani brillantemente orecchiabili vengono ribaditi luoghi comuni e convenzioni, talmente ben radicati da passare inosservati. Che non riguardano solo le donne ma la relazione tra i due sessi.

Succede con la cosiddetta “musica leggera”, molte volte pesante per ciò che racconta, capace di infiltrarsi con disinvoltura nella mentalità popolare, nella quotidianità e di arrivare a tutti. E anche con quella d’autore, scontata a volte per il contenuto, più che impegnata.

 

Nei testi la donna è spesso ridotta ad un essere semplice, passivo, con niente da fare se non assistere e aspettare mariti e fidanzati. «Donne du du du, al telefono che non squilla mai» canta Zucchero in modo eloquente. Ma gli esempi sono infiniti. Nella strofe sfilano in genere femmine romantiche, sensibili e capricciose, votate al piacere dell’uomo. Donne trofeo, contese tra più rivali, paragonate ad un’auto o a una moto. Serie noiose di allusioni scontate, generalizzazioni patetiche della femmina sciocchina, superficiale, “troia” e “puttana” utilizzate anche per divertire, come in alcuni brani di Elio e le storie tese.

 

Persino le donne cantano se stesse in modo sessista. Si muovono su un pianeta maschile del resto, perché sono perlopiù gli uomini a scrivere testi, comporre ed eseguire musica. Non c’è solo Anna Tatangelo, la muchacha troppo sexy a dimostrarlo. La brava e intensa Fiorella Mannoia nel brano di grande successo “Quello che le donne non dicono” (di Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone) soprattutto parla di quello che le donne dicono sempre, che da loro ci si aspetta. Che siamo comunque disponibili per gli uomini, che viviamo in funzione del partner, che se un uomo ci conquista con delle rose o nuove cose, allora diremo ancora un altro Si. E Loredana Bertè, un’altra intramontabile interprete, con “Sei bellissima” (testo di Claudio Daiano) racconta di una donna dipendente affettivamente da un uomo. Lui a letto le diceva sempre «Non vali che un po’ più di niente» ma lei continua comunque a desiderarlo.

Anche l’infedeltà viene trattata diversamente nelle canzoni. «Forse un uomo non sarò» dice Dodi Battaglia dei Pooh in “Tanta voglia di lei”, deve tornare a casa dopo essere stato con una cara amica di una sera ma nel cuore ha la sua donna che sicuramente lo starà aspettando. E’ indispensabile a tutte, questo uomo. E’ solo una distrazione, un gioco e non un fuoco per Lucio Battisti, «uno sbaglio di un momento senza coraggio» spiegano i Modà (“La notte”). Ma gli stessi aggiungono che se è lei a tradire allora «Inginocchiati, concediti, accontentami, guardami, piangi, prega e chiedi scusa…e implorami di non ucciderti» (“Meschina”). Piuttosto, per Ligabue, in Certe notti «c’è la notte che ti tiene tra le sue tette un po’ mamma un po’ porca com’è». Solite etichette femminili. Non si sa se si sta riferendo ad una rapporto sessuale occasionale, però avremmo piacere di conoscere meglio il significato di “porca”.

Anche artisti che hanno poco in comune musicalmente sono simili nel modo di usare le parole, iniettando stereotipi maschilisti attraverso narrazioni da spogliatoio. Donne raccontate dallo sguardo maschile, oggetti da utilizzare, immaginari erotici desolanti e rozzi.

Il grande Vasco Rossi ne è in parte coinvolto. Non tanto perché ordina a Toffee di prendergli l’asciugamano sul divano – e poi le dice che potrebbe essere una “brava moglie” perché gli ha fatto trovare il caffè pronto appeno sveglio -, ma per ripetuti modi di raccontare la donna. Quando canta che “se la farebbe”, «io ti violento», «ogni donna è un’altra, tutte uguali...», «è andata a casa con il negro la troia». Quando compone il festival dello stereotipo “La faccia delle donne” insieme agli Stadio. E, in un impeto di creatività maschile, con gli stessi scrive “Acqua e sapone” dove si ammicca al sesso con una ragazzina, un oggetto da provare «stramaliziosa, vieni e vedrai che cosa sentirai”.

Si vede che la musica ha le sue libertà perché di abuso e violenza si continua a cantare tranquillamente. Ci sono ad esempio i Modà che mettono in musica «godo nel vederti persa, vittima della mia rabbia…» nel brano “Vittima” (titolo evocativo) contenuta nell’album “Viva i romantici” (forse una battuta?…).

Poi ci sono i rapper che sanno parlare ai giovanissimi, interpretare le nuove generazioni. Spesso mettendo insieme parole inquietanti e irresponsabili, come Fabri Fibra. Altri sanno esporsi in modo originale e alternativo su questioni politiche rivelandosi però piuttosto conservatori per quanto riguarda la questione di genere. Non tutti. Però quando il brillante J-Ax canta «O ti amo o ti ammazzo» oppure «ti violento penetrandoti l’orecchio» (“Ribelle e basta”), non è molto divertente.

Forse dovremmo riflettere meglio sui fatti di cronaca di ogni giorno, essere meno compiacenti, superficiali e indifferenti, rivalutare il significato di certi contenuti, modi di dire, idee che si mandano. Rivedere il concetto di licenza artistica nella musica. Preoccuparci di più. Quando si parla di violenza c’è poco da minimizzare, divertirsi, cantare.

Non è facile misurare quanto e come i significati veicolati dai testi delle canzoni, ai quali siamo esposti ripetutamente, possano saldarsi e influenzare la coscienza collettiva. Non ci sono molti studi in questo senso. Una interessante ricerca presentata in occasione della conferenza internazionale di Music Perception and Cognition del 2012, ha studiato l’atteggiamento delle donne durante la lettura di testi, l’ascolto di brani e la vista di video di musica rap esplicitamente sessisti. Si è visto che musica e soprattutto immagini distraggono dai contenuti evitando la reazione negativa provocata dalla sola lettura dei testi. Questo però non significa che i contenuti non vengano recepiti ma anzi arrivano liberi da elaborazioni e critica.

Testi offensivi non hanno il potere di trasformare tutti in sociopatici con tendenze violente. Ma propongono rappresentazioni, norme e valori, ci dicono cosa è normale, cosa aspettarsi dai generi. Ci sono ascoltatori giovanissimi che fanno loro questi significati, sentono che donne e uomini non sono uguali, che trattare le femmine come oggetti ed eventualmente abusarne è accettabile, che le ragazze devono essere belle e desiderabili sessualmente per i maschi.

Aspettiamo dunque canzoni in cui cantare liberi dai ruoli di genere tradizionali. Di creazioni artistiche che non siano ammassi di idee e concetti sfruttati. Dove anche i maschi possano interpretare la loro sensibilità e vulnerabilità, definirsi sessualmente in modo più fluido. Siamo in attesa di un linguaggio musicale nuovo con temi originali, storie diverse in grado di trainare il cambiamento, far crescere l’identità femminile, emancipare donna e uomo.

 

 


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